Al liceo Giulio Cesare di Roma, il caso della cosiddetta “Lista degli stupri” non si chiude. Anzi: cresce. Dopo le assemblee, le testimonianze e la mobilitazione degli studenti, ora arrivano anche le parole dei genitori. Una lunga lettera — che lunedì verrà letta in tutte le classi — è stata anticipata dal Tg1 e rappresenta un messaggio diretto e senza filtri rivolto a chi ha scritto quei nomi sul muro del bagno dei ragazzi.

«Non so chi siete, ma so quello che avete fatto»
La lettera inizia con un tono semplice, quasi intimo, ma che diventa presto tagliente:
«A voi che avete scritto quei nomi sui muri. Non so chi siete, non conosco i vostri volti. Non so se sedete in prima fila o nell’ultima. Ma so una cosa: avete scritto “Lista stupri” e sotto nove nomi. Di questi, otto sono ragazze».
È un’apertura che mette subito al centro la responsabilità. Senza cercare motivazioni attenuanti.
E senza fare sconti.
«Avete risposto ai loro corpi, non alle loro idee»
Il cuore della lettera è un’accusa chiara: chi ha scritto quella lista ha colpito non idee, non posizioni politiche, ma i corpi di ragazze e ragazzi impegnati nella vita scolastica.
«Lo avete fatto perché sono persone che pensano, si organizzano, hanno opinioni che forse vi disturbano. E siccome non sapevate come rispondere alle loro idee, avete risposto ai loro corpi. Minacciandoli».
I genitori lo definiscono un gesto antico, figlio del patriarcato:
«Quando soprattutto una donna dice cose che non ti piacciono, la riporti al suo corpo. Le ricordi che può essere violata, posseduta, distrutta. È il modo più economico per dire: “Tu non conti niente”».
Un passaggio che non lascia spazio all’ambiguità: questa non è una “bravata”, ma un atto violento.
I nomi presi di mira: studenti impegnati e riconosciuti
Le studentesse e lo studente citati nella lista sono figure note all’interno del liceo: attive nei collettivi, nella rappresentanza, nelle iniziative politiche scolastiche.
Un dettaglio non marginale, che rafforza l’idea che la scelta di quei nomi non sia stata casuale.
Nel frattempo, il ministro Giuseppe Valditara ha annunciato provvedimenti, mentre la comunità dei genitori ha deciso di far sentire la propria voce con forza, consapevole che non basta la condanna istituzionale.
«Questo gesto parla più di voi che di loro»
Una delle frasi più forti della lettera riguarda la fragilità — non la forza — degli autori della lista.
«Dice che siete terrorizzati da ragazze che hanno più coraggio, più intelligenza, più voglia di cambiare le cose di quanta ne abbiate voi».
E la provocazione emotiva arriva subito dopo:
«Immaginate che uno di quei nomi sia vostra sorella. O la ragazza per cui perdete la testa. Riuscite ancora a pensare che sia divertente?»
È il punto più doloroso e allo stesso tempo più umano della lettera: mette gli autori di fronte all’evidenza che un corpo minacciabile è sempre quello di qualcuna che potresti conoscere, amare o proteggere.
«Avete visto bersagli, non persone»
Il testo prosegue denunciando il tentativo di intimidire e ristabilire un potere maschile percepito come traballante:
«Le avete viste come bersagli. Come corpi da usare per intimidire, per riaffermare un potere che sentite scivolarvi via».
E poi la domanda più scomoda, quella che divide:
«I vostri genitori vi hanno forse insegnato che il dissenso politico si risolve con la minaccia sessuale? Se è così, hanno fallito».
Una frase che non punta a colpevolizzare le famiglie, ma a chiedere un’assunzione di responsabilità totale, personale.
«La violenza non spegne le voci: le amplifica»
Il finale della lettera è un ultimatum morale:
«Ora sta a voi decidere se continuare su quella strada o diventare qualcosa di migliore. La violenza non spegne le voci. Le amplifica».
E poi l’immagine più potente:
«Su quella lista, simbolicamente, ci sono i nomi di tutti i nostri figli e di tutte le nostre figlie».
La chiusura, firmata da “Una madre e un padre, due che non si voltano dall’altra parte”, è un invito agli autori a uscire dall’anonimato del bagno — e dal silenzio che lo protegge — per assumersi finalmente la responsabilità di ciò che hanno fatto.
Riflessione finale
Questa lettera non è solo una risposta ai ragazzi che hanno scritto quella terribile lista.
È un manifesto civile.
Un tentativo chiaro di riportare la discussione nel campo della dignità e dell’educazione.
È la voce di genitori che non accettano più di vedere la scuola — e i corpi dei loro figli — trasformati in terreno di intimidazione politica e sessuale.
E, forse, è anche un segnale di speranza: che davanti alla violenza, una comunità intera può decidere di non tacere.

