La storia arriva da Roma, da uno dei licei più noti e prestigiosi della città: il Giulio Cesare, in piazza Trasimeno. È qui che, giovedì mattina, in un bagno della scuola è apparsa una scritta tremenda: «Lista stupri», accompagnata da nove nomi, otto ragazze e un ragazzo, tutti studenti conosciuti per l’impegno nei collettivi e nella rappresentanza.
Una frase che non lascia spazio a interpretazioni, che viola un luogo considerato sicuro dai ragazzi, e che colpisce nel cuore una comunità scolastica già provata da episodi simili negli ultimi anni.

Una scuola che reagisce: mani viola, assemblea straordinaria e coraggio collettivo
Il giorno successivo, la scuola si è svegliata diversa.
Sulla parete esterna, proprio dietro le colonne d’ingresso, è comparso un grande telo bianco pieno di impronte di mani viola: sono le firme simboliche di studenti, studentesse e perfino professori che hanno partecipato all’assemblea straordinaria convocata d’urgenza.
In tantissimi hanno voluto lasciare il proprio segno, fisico e politico, per dire chiaramente che un gesto così non può essere derubricato a bravata.
All’esterno del liceo, nelle conversazioni fitte e nervose dei ragazzi, due domande rimbalzano ovunque:
Chi può aver scritto quella frase?
E come può reagire la scuola davanti a un messaggio così violento?
Perché quella scritta, come ha detto Davide, uno degli studenti intervenuti:
«Significa che nei corridoi della scuola, magari nella mia stessa classe, c’è qualcuno che pensa che tutto questo sia normale. Se fossi una ragazza, mi sentirei minacciata».
Un pensiero che riassume bene il clima di questi giorni: non solo paura, ma soprattutto la sensazione che qualcuno abbia voluto dimostrare “di poterlo fare”, senza conseguenze.
Tra gli studenti citati: attivisti, rappresentanti, voci scomode
I nove nomi riportati nella “lista” appartengono a studenti molto attivi nella vita scolastica: otto ragazze e un ragazzo, quest’ultimo vicino a un gruppo di destra, mentre molte altre sono legate a collettivi di ispirazione transfemminista o progressista.
Non un caso isolato, insomma: già l’anno scorso, proprio in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, alcuni cartelloni realizzati dagli studenti furono bruciati.
E anche oggi, sulle mura esterne, resistono graffiti che fanno da termometro culturale:
«L’amico sessista è complice»,
«Isolateli»,
«Fuori i machisti dalla scuola».
Alcuni di questi, tra l’altro, sono stati coperti da manifesti di un gruppo di estrema destra.
Le critiche alla preside e la questione dell’immagine della scuola
Molti studenti non hanno apprezzato il comunicato diffuso dalla dirigente.
Secondo loro, più preoccupato di “proteggere il nome del liceo” che di affrontare il problema alla radice.
È una polemica che conosciamo bene nel mondo scolastico: spesso le amministrazioni temono più lo stigma esterno che la sofferenza interna.
Eppure gli stessi ragazzi avvertono che questo episodio non nasce nel vuoto.
Il Giulio Cesare — come molti licei romani — è da anni terreno di scontro tra visioni politiche e culturali opposte.
La scritta, arrivata due giorni dopo la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, sembra avere la forma perfetta del messaggio provocatorio, quasi di scherno.
Il sospetto: più che politica, un messaggio di potere
Tra i commenti dei collettivi studenteschi, uno in particolare colpisce:
«Chi lo ha fatto voleva dimostrare di poterlo fare. Di essere intoccabile».
Non un gesto ingenuo, quindi, ma un tentativo di affermare una posizione di dominio.
Una dinamica pericolosa, che richiama — come qualcuno ha ricordato — perfino vecchie storie nere romane, come quella del Circeo, con Andrea Ghira che frequentava un bar proprio di fronte alla scuola.
Le ipotesi degli studenti si concentrano su un ragazzo del terzo anno.
Nulla di confermato, nessuna prova.
Ma la comunità scolastica è convinta che il gesto non sia stato solitario: più che una mano, si immaginano “più occhi che guardano e annuiscono”.
La testimonianza di S., una delle studentesse citate: «Non è uno scherzo. Ho avuto paura»
Tra i nomi scritti nel bagno c’era anche quello di S., studentessa di quinta, molto attiva nei collettivi scolastici.
Racconta così il momento della scoperta:
«È stato un mio compagno a trovarla. L’ha fotografata per mostrarcela, ma subito dopo l’ha cancellata perché disgustato».
Parla con voce lucida, ma non nasconde la preoccupazione:
«A farmi paura è la forza che chi ha scritto crede di poter esercitare. Come se su di te avesse un potere».
Quando le chiedono se vede un significato politico dietro la scelta dei nomi, risponde:
«È possibile. Sono persone impegnate, che parlano, che si espongono».
E sulla tempistica non ha dubbi:
«Scriverlo due giorni dopo la Giornata contro la violenza sulle donne non è casuale. È un affronto».
Valditara, Roccella e la questione dell’educazione affettiva
Il ministro dell’Istruzione Valditara ha chiesto “sanzioni dure”.
La studentessa, però, la definisce una presa di posizione tardiva:
«Non è un episodio isolato, succede ovunque. Basta guardare i fatti dell’anno scorso al Visconti».
Un punto su cui S. insiste è la necessità dell’educazione sessuo-affettiva, tema che il Ministero ha ridimensionato:
«Senza quella, questi episodi continueranno. La violenza nasce da una cultura del potere, non dal nulla».
Anche la ministra Roccella ha negato la correlazione tra mancanza di educazione e femminicidi citando il modello svedese.
S. non è d’accordo:
«È pericoloso dirlo. I femminicidi non arrivano dal caso, ma da un modo di pensare radicato».
La richiesta degli studenti: punizioni vere, non simboliche
S. è netta anche sulle possibili conseguenze per chi ha scritto la lista:
«Sospensione o espulsione. Non un provvedimento che finisce nel dimenticatoio in due giorni. Chi pensa di poter scrivere certe cose, può farne altre».
Il messaggio è chiaro: serve una reazione forte, perché se passa l’idea dell’impunità, si apre uno spazio enorme per la replica.

