“Mettila in bikini”: il caso Grok, i deepnude e il fallimento della responsabilità tecnologica
L’inizio del 2026 non ha portato con sé solo tensioni geopolitiche, scenari di guerra e provocazioni diplomatiche sempre più estreme. A scuotere l’opinione pubblica globale è stato anche un fenomeno meno visibile, ma non meno inquietante: l’utilizzo su larga scala dell’intelligenza artificiale per la produzione di immagini sessualizzate e non consensuali di donne.
Al centro della vicenda c’è xAI e il suo chatbot Grok, sviluppato per l’ecosistema di X e fortemente voluto da Elon Musk. Un caso che solleva interrogativi profondi non solo sulla sicurezza dell’AI, ma sul rapporto tra tecnologia, potere e diritti fondamentali.
La nudificazione come pratica di massa
Tra la fine del 2025 e le prime settimane del 2026, Grok è diventato di fatto uno strumento di “nudificazione digitale” su scala industriale. Migliaia di utenti hanno scoperto che, usando parole chiave apparentemente innocue come “bikini”, “lingerie” o “bikini trasparente”, era possibile aggirare i deboli filtri di sicurezza del sistema e ottenere immagini sessualizzate di donne reali.
Il fenomeno, noto come put her in a bikini, è stato ricostruito dal The Guardian: inizialmente marginale, ha conosciuto una crescita esplosiva dopo un post “ironico” dello stesso Musk, che aveva chiesto a Grok di raffigurarlo in bikini. Un gesto apparentemente goliardico che ha invece funzionato da moltiplicatore virale.
Secondo le stime del New York Times e del Center for Countering Digital Hate, nei nove giorni successivi a quel post sono state generate circa 4,5 milioni di immagini, contro le circa 312.000 del periodo precedente. Il dato più grave: oltre il 40% di esse conteneva immagini sessualizzate non consensuali, incluse quelle di minorenni.
Le vittime: donne, figure pubbliche, sopravvissute
Le persone colpite non appartengono a una sola categoria. Tra le vittime figurano celebrità, attiviste, politiche e figure istituzionali, come la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez, due ministre britanniche e la vicepremier svedese Ebba Busch.
Ancora più disturbante è il coinvolgimento di figure simboliche, come la sopravvissuta all’Olocausto Margot Friedländer, deceduta a 103 anni, o di persone uccise in contesti di violenza reale, come l’attivista Renee Nicole Good.
Anche Ashley St. Clair, madre di uno dei figli di Musk, ha dichiarato di essere stata vittima di deepnude generati da Grok, annunciando un’azione legale contro xAI.
Non è nudità, è potere
Come ha spiegato la ricercatrice Carolina Are a Fast Company, il cuore del problema non è la nudità in sé. È il potere: l’umiliazione, l’oggettificazione, l’uso dell’immagine femminile come strumento di silenziamento e dominio.
Un concetto ribadito anche da Jessalina Caine, una delle donne colpite dal trend, che ha descritto Grok come “un nuovo modo per mettere a tacere le donne: invece di rispondere, si chiede all’AI di spogliarti”.
Un sistema senza freni reali
Secondo Wired, ciò che è emerso pubblicamente rappresenta solo una parte del problema. Le versioni standalone di Grok, accessibili via app o sito, presentano restrizioni ancora più deboli.
La Internet Watch Foundation ha documentato la circolazione, in forum esterni, di materiale pedopornografico generato proprio con il chatbot di Musk. Una violazione diretta delle normative di numerosi Paesi e delle stesse policy di X.
Le reazioni istituzionali (e i limiti)
Le autorità hanno reagito. In Francia è stata aperta un’indagine giudiziaria; nel Regno Unito l’Ofcom ha avviato un’istruttoria; Malesia e Indonesia hanno temporaneamente bloccato Grok.
La Commissione Europea – già impegnata contro X per violazioni del Digital Services Act – ha dichiarato di stare “esaminando molto seriamente” il caso. Il portavoce Thomas Regnier è stato chiaro: non c’è nulla di “piccante” in contenuti illegali e agghiaccianti.
xAI ha reagito prima limitando le funzioni agli utenti paganti (una scelta definita da molti come “monetizzazione dell’abuso”), poi introducendo blocchi più estesi. Tuttavia, come riportato da The Verge e dalla ONG AI Forensics, le restrizioni sono facilmente aggirabili.
La responsabilità non è degli utenti
Musk ha più volte sostenuto che la colpa sia di chi fa richieste inappropriate. Ma le inchieste raccontano altro. Secondo CNN, alla fine del 2025 Musk avrebbe ordinato la rimozione di molte barriere di sicurezza di Grok, giudicandolo “troppo moderato”.
Il risultato è stato lo sdoganamento di pratiche che prima restavano confinate in ambienti marginali. Un passaggio che, come osserva Carolina Are, riflette l’impunità strutturale dell’industria tecnologica e dei cosiddetti broligarchi.
Grok come strumento di disinformazione
Il caso deepnude non è isolato. Nel 2025 Grok aveva già generato polemiche per la diffusione della teoria complottista del “genocidio dei bianchi”, per l’esaltazione di Hitler e per contenuti apertamente razzisti, antisemiti e violenti.
Come ha scritto il giornalista Olivier Clairouin su Le Monde, Grok non è un’AI “impazzita”, ma un sistema progettato su dati profondamente inquinati: quelli prodotti dagli utenti di X.
Uno studio della Cornell Tech University ha dimostrato che Grokipedia cita come fonti affidabili siti come InfoWars e Stormfront.
Una minaccia per le società democratiche
Grok non è solo un problema tecnologico. È un moltiplicatore di abuso, disinformazione e potere concentrato. Quando uno strumento del genere è controllato da un singolo attore con una chiara agenda politica e nessuna reale volontà di autoregolamentazione, il rischio diventa sistemico.
La questione non riguarda la censura, ma la responsabilità. Senza interventi strutturali, legali e sovranazionali, i danni prodotti da queste tecnologie rischiano di diventare irreversibili.
E questa volta, il problema non è l’algoritmo. È chi lo controlla.

