Violenza di genere: il lato oscuro della normalità italiana (e perché questi dati dovrebbero preoccuparci tutti)
C’è un dato che, più di altri, racconta lo stato delle cose: in Italia, nel 2025, una parte significativa degli uomini continua a considerare accettabile ciò che per legge – e per buon senso – è violenza.
Non parliamo di episodi estremi, ma di convinzioni radicate, normalizzate, talmente assorbite dalla cultura da sfuggire persino alla consapevolezza di chi le porta avanti.
Secondo la nuova ricerca Perché non accada, realizzata da ActionAid insieme all’Osservatorio di Pavia e B2Research, un uomo su tre ritiene giustificabile la violenza economica, uno su quattro minimizza quella verbale o psicologica, e quasi due su dieci considerano “comprensibile” arrivare persino alla violenza fisica in certe circostanze.
Un quadro che non mostra solo un’emergenza, ma un modello culturale che si riproduce di generazione in generazione.
La violenza invisibile: quella che non fa notizia ma costruisce mentalità
La parte più inquietante non è solo la percentuale in sé, ma dove questa tolleranza affonda le radici: nelle relazioni di tutti i giorni.
Tra Millennials e Gen Z, quasi metà degli uomini giudica legittimo controllare la partner se “tradisce” o se “non si occupa abbastanza” della casa e dei figli.
Una forma di possesso mascherata da normalità, che racconta una visione ancora profondamente gerarchica delle relazioni.
Le generazioni più adulte, invece, tendono a negare o minimizzare la violenza di genere, come se riconoscerla fosse ammettere un fallimento culturale collettivo. Ed è qui che ActionAid mette il dito nella piaga: senza una prevenzione primaria, strutturale e continua, tutto questo non cambierà mai.
Una società dove l’uguaglianza è ancora “un lavoro da donne”
La fotografia scattata dallo studio è nitida.
Dentro le case italiane, la disparità è ancora la regola:
il 74% delle donne si occupa da sola dei lavori domestici
solo il 40% degli uomini partecipa attivamente
nella cura dei figli, il 41% delle madri se ne assume tutto il carico
appena il 10% dei padri fa lo stesso
Un divario che si allarga con l’età: più adulta è la coppia, più rigidi diventano i ruoli.
Non stupisce quindi che negli spazi pubblici il 52% delle donne dichiari di aver provato paura – un dato che sale al 79% tra le più giovani. Né che, nella cultura e online, le ragazze della Gen Z raccontino di sentirsi svalutate, giudicate o zittite: il 70% nei contenuti culturali, il 59% sui social.
L’Italia e il paradosso delle politiche di genere: molte parole, pochi fatti
Il report offre anche uno sguardo impietoso sulle istituzioni.
Secondo l’European Institute for Gender Equality (EIGE), il nostro Paese ottiene un punteggio di 5 su 14, ben sotto la media europea e in calo rispetto al 2021.
Nonostante annunci, strategie, comunicati ufficiali, il gender mainstreaming – ovvero l’inserimento della prospettiva di genere in tutte le politiche pubbliche – non è mai davvero diventato operativo.
Il PNRR, che avrebbe potuto essere la leva decisiva per cambiare rotta, non ha lasciato dietro di sé un impatto strutturale.
Un’occasione mancata, e l’ennesima conferma che l’uguaglianza, in Italia, è spesso trattata come un capitolo da aprire “solo quando avanzano risorse”.
E allora perché in Spagna funziona?
ActionAid lo ricorda con un dato impossibile da ignorare:
In Spagna, oltre il 50% dei fondi pubblici dedicati alla parità di genere è investito in prevenzione primaria.
Il risultato?
Dal 2003 al 2024 i femminicidi sono diminuiti di oltre il 30%, raggiungendo nel 2023 il numero più basso mai registrato.
Non è magia.
È politica. Quella che interviene prima, non dopo. Quella che lavora sulle cause, non solo sugli effetti.
Il punto è questo (ed è molto semplice)
Non si può combattere la violenza di genere limitandosi a rispondere all’emergenza.
Bisogna spostarsi a monte: educazione, cultura, ruoli, linguaggio, rappresentazione.
Perché se un uomo su tre ritiene “accettabile” controllare o limitare una donna, allora non siamo davanti a episodi isolati, ma a un problema sistemico che riguarda tutti.
Come conclude Katia Scannavini di ActionAid:
“Non esiste prevenzione senza uguaglianza, e non esiste uguaglianza senza una visione politica che la metta al centro di tutto.”
La domanda finale, a questo punto, è inevitabile:
quante altre ricerche come questa dovremo leggere prima che la prevenzione diventi davvero una priorità nazionale?

